Aquila Non Vedente

Aquila, Bibùlo la Fatina e Lui. Una spremuta di pensieri, sorrisi e ricordi. E nostalgie…

Laura

Se ne sono ricordati qualche giorno fa, in occasione del suo settantesimo compleanno.

Laura Antonelli ha rappresentato la sintesi della donna dei sogni per quella generazione che era troppo giovane per entrare nei cinema che proiettavano Malizia e che lo hanno visto anni dopo, rimanendone incantati.

Una cosa ho sempre considerato particolarmente attraente di questa donna (lo dico anche se la cosa potrà suscitare ilarità): i capelli e la pettinatura (poi tutto il resto, ovviamente, che non era mica poca roba, perdinci!).

La vita per lei non è andata proprio come doveva, per colpa sua o di altri poco importa. Sta di fatto che rileggere di lei in questi giorni mi ha fatto fare un saltino all’indietro, agli anni della mia giovinezza.

E un saltino all’indietro, ogni tanto, aiuta ad andare avanti, no?

(Questo film è completamente diverso, ma…)

29 novembre 2011 Pubblicato da | Ricordi, sogni | , | 9 commenti

E domani è il 1° agosto…

Ci pensavo ieri e lo scrivo oggi: domani è già il 1° agosto e questa estate sembra scivolarmi tra le mani.

Se prendiamo a riferimento l’estate “meteorologica” (dal 21 giugno al 21 settembre), siamo quasi arrivati a metà.

Se prendiamo a riferimento l’estate “scolastica” (dal 10 giugno al 10 settembre circa), abbiamo già passato la metà.

Se prendiamo a riferimento i tre canonici mesi estivi (giugno, luglio e agosto), siamo arrivati addirittura ai due terzi.

Eppure questa estate se ne sta andando a una velocità mai vista prima.

Sarà l’età? Sarà che per l’autunno si attendono positive novità? Sarà che sto perdendo la cognizione del tempo?

Boh…

Nel dubbio, questa ci sta bene.

 

31 luglio 2011 Pubblicato da | Ricordi, Un po' di me | , | 36 commenti

Non era il naso chiuso…

Sono stati giorni un po’ convulsi e agitati, questi. L’idea di avere in mano a giorni il mio libro (forse addirittura domani), mi fa vivere questi momenti con ansia.

 Però oggi quando sono andato nella casa dei miei genitori per fare un po’ di pulizia, mi sono accorto di averli sentiti.

Prima davo la colpa al naso chiuso, alla rinite allergica, addirittura all’abitudine. La realtà era diversa: non li sentivo semplicemente perché non c’erano, ovvero non c’erano più.

In casa mia non ci sono, anzi, prima c’erano, ma da alcuni anni non ci sono più gli odori. Non c’è l’aroma del passato, dei ricordi. Il sole che entra non profuma, porta una luce quasi fastidiosa. I muri, le porte, i mobili, il pavimento non hanno assorbito il mio passato e oggi non sanno dare una spinta al mio presente.

Certo, la mia casa è gremita di ricordi, rigurgita di progetti, ma è come se fossero inanimati. La mia casa odora soltanto di solitudine.

Questo è il mio stato e tutto il resto è soltanto un palliativo.

21 aprile 2011 Pubblicato da | Ricordi | , , | 14 commenti

Nostalgia – una malattia nata nel ’600.

Qualche giorno fa, nelle mie ordinarie operazioni di pulizia, ho trovato un interessante articolo di giornale del marzo 2008 di Jean Starobinski sulla nostalgia (non è che adesso siete autorizzati a pensare che faccio le pulizie ogni due anni e mezzo. Sarà rimasto lì incastrato da qualche parte… Comunque se qualche buonanima si offrisse volontaria…).

Che dice questo qui? Cerco di riassumere.

La nostalgia è una virtualità antropologica fondamentale: è la sofferenza che l’individuo subisce per effetto della separazione, quando continua a dipendere dal luogo e dalle persone con cui aveva stabilito i suoi primi rapporti.

La nostalgia è una varietà del lutto.

Pare che questo nome sia un neologismo dotto del 1688. Infatti questa parola è apparsa nel momento in cui il sentimento che designa ha assunto per i medici i connotati di una malattia e come tale è stata catalogata.

Prima di ricevere questo nome medico-specialistico, la nostalgia era chiamata con un nome più generico: desiderio.

Alcuni classici della letteratura hanno dato inizio a quella poetica della nostalgia che ha svolto un ruolo rilevante nella tradizione intellettuale dell’occidente. Per esempio, all’inizio dell’Odissea, Ulisse è prigioniero di Calipso, che vorrebbe trattenerlo nella sua isola, ma lui continua a pensare a Itaca e si consuma nel dolore.

Il creatore di questo termine è il medico Johannes Hofer, con la sua tesi di dottorato Dissertatio medica de nostalgia – Basilea 1688. L’intenzione dell’autore era quella di riflettere dal punto di vista medico sul dolore che affliggeva gli svizzeri che avevano “perduta la dolcezza della patria”, dolore che non era stato ancora sufficientemente studiato dai medici. E poiché si trattava di esporre una cosa nuova, era necessario trovare un nome nuovo per definirla, come del resto s erano comportati tutti quanti, in casi analoghi.

Pensa che ti ripensa, il dottorino concluse che il termine nostalgia vi si adattasse alla perfezione, in quanto nome di origine greca e composto di due termini, il primo dei quali, nostos, significa “ritorno in patria” e l’altro, algos, indica invece il dolore o la tristezza. Un neologismo che suonava bene e che aveva la possibilità di essere ripreso nel corpo della lingua volgare.

L’Accadémie Francaise accettò il termine nel 1835, che si affermò nei paesi di lingua italiana, inglese, russa e via dicendo (in tedesco invece fa concorrenza a heimweh).

In un’epoca in cui va alla grande l’opera di classificazione delle malattie, il medico tenta di isolare uno stato di sofferenza per trasformarlo in entità morbosa e sottoporlo al ragionamento scientifico.

Per Johannes Hofer, la nostalgia è una malattia dell’immaginazione, riprendendo il concetto rinascimentale di imaginatio laesa, con il quale si designavano i disturbi di rappresentazione del mondo e di se stessi.

Hofer cita due casi da manuale. Il primo è quello di uno studente di Berna trasferitosi a Basilea: è triste, febbricitante e soffre di angoscia cardiaca, aggravandosi di giorno in giorno. Quando ormai è dato per spacciato, si decide di riportarlo nella sua città e non appena si allontana da Basilea il suo stato migliora, per guarire definitivamente una volta arrivato a casa. Il secondo è quello di una donna portata in ospedale dopo un grave incidente. Quando riprende i sensi ha una sola idea in testa: tornare a casa. Si indebolisce a tal punto che i medici decidono di restituirla ai familiari e in pochi giorni, senza cure, si ristabilisce perfettamente.

Il quadro completo della malattia comporta inoltre una tristezza incessante, sonni agitati nei quali si rivedono i luoghi del passato o insonnia, insofferenza e senso di stanchezza, paura, palpitazioni, frequenti sospiri, prostrazione…

Questa, insomma, è la genesi del termine nostalgia.

Chi la conosce bene, sa che entro certi limiti non è una malattia. E’ un desiderio con il quale alcune persone hanno la fortuna/sfortuna di dover convivere per tutta la vita. E’ una compagna (o compagno).

Purtroppo per qualche persona è l’unica (o l’unico).

19 settembre 2010 Pubblicato da | Pensieri disarcionati, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 37 commenti

Il Manuale delle Giovani Marmotte

Appartengo a quella categoria di persone che, nella loro infanzia, hanno avuto la fortuna di partecipare alla vita di Paperopoli e di Topolinia e quindi di condividere le avventure di Paperino, Paperone, Topolino, Pippo, Pluto, Qui Quo Qua, Paperoga (il mitico Paperoga, che dovrebbe essere studiato nelle università), Paperina, Nonna Papera, il commissario Basettoni e via dicendo.

I miei genitori non navigavano certo nell’oro, ma per diversi anni non mi hanno mai fatto mancare l’appuntamento settimanale con Topolino e, qualche volta, anche con qualche albo speciale.

Io mi sentivo partecipe della vita e delle vicende di quei fantastici personaggi. Una volta scrissi addirittura una storia (credo che il protagonista fosse Paperinik) e la inviai alla redazione di Topolino. Mi risposero, facendomi i complimenti e mi inviarono in regalo alcuni gadget della Disney e io mi sentii molto entusiasta di questo.

Altri tempi…

Mi spiace molto non avere tenuto nessuno di questi ricordi, ma questa è tutta un’altra storia…

Ho avuto anche il privilegio di possedere il mitico Manuale delle Giovani Marmotte, proprio nell’edizione raffigurata qui a fianco, che è, se non sbaglio, dei primi anni settanta.

Il Manuale è un libro, formato tascabile, posseduto da Qui Quo Qua – in quanto appartenenti alle Giovani Marmotte – che contiene una serie inverosimile di notizie. Ti può dire come si traduce una certa frase in giapponese, come accendere un fuoco senza fiammiferi o come cucinare una torta di mele.

Qual è, secondo me, l’importanza del Manuale?

Il Manuale non è una panacea, non è il rimedio di tutti i dubbi e le incapacità che ci aggrediscono quotidianamente. Il Manuale è un aiuto, è un supporto, è quello che ti da’ la spinta: ti dice come accendere il fuoco, ma poi lo devi fare tu, se ce la fai senza scottarti, altrimenti peggio per te; la prossima volta vedi di fare meglio.

Il Manuale, in una parola, è come un amico: uno scambio di aiuti, consigli, sorrisi, chiacchiere. Regalati senza chiedere niente in cambio.

Mai.

12 settembre 2010 Pubblicato da | Libri, Ricordi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 22 commenti

Tecnicamente…

In questi giorni è riemerso improvviso e robusto il ricordo di mia madre.

Non tanto della mamma tenera e affettuosa dell’infanzia. No, i ricordi che affiorano sono quelli dei suoi ultimi mesi di vita.

Ogni volta che entro nella casa dei miei genitori per svuotarla è come se ricevessi una pugnalata dritta al cuore. Raccatto svogliatamente alcune cose ed esco, poco persuaso di doverle gettare.

Ogni volta che esco sul balcone rivolgo lo sguardo a quello vicino, ricordandomi quando spuntavano fuori i miei genitori e la piccolina (allora sì piccolina) correva incontro alla ringhiera per salutarli.

Ogni volta che guardo la piccola sedia di ferro, un po’ arrugginita, in un angolo dello stesso balcone, mi sembra di vedervi mia madre seduta di spalle, china su un libro o un giornale.

E quando cucino per me e la piccolina ripenso a quando facevo da mangiare anche per lei e a quanto ancora desidererei farlo.

E poi la rivedo nel suo camminare lento e strascicato, nei suoi ragionamenti sempre più confusi, nel suo aspetto sempre più deperito.

E poi la rivedo nei suoi – e nei miei – momenti di rabbia, in quelli di rassegnazione, in quelli di richiesta d’aiuto; nella sua accettazione della casa di riposo e dei suoi ritmi di vita.

E in tutti questi momenti io mi ritrovo egoista, disattento, inconsapevole dei suoi bisogni e delle sue debolezze.

Lo so che tecnicamente sto ancora nella fase di elaborazione del lutto.

Lo so che tecnicamente sto nella fase dei sensi di colpa.

Lo so che tecnicamente sto nella fase di bisogno di condivisione del dolore.

Lo so che tecnicamente sto nella fase di rescissione del legame e di accantonamento dei ricordi.

So benissimo tutte queste cose, però tecnicamente io mi sento comunque un po’ stronzo.

28 maggio 2010 Pubblicato da | Ricordi, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 27 commenti

C’erano una volta… le fotografie.

Nella casa ormai vuota dei miei genitori, sta appesa una foto in bianco e nero, formato 50×80, rigorosamente incorniciata.

E’ una foto che risale alla metà degli anni venti e ritrae tutta la famiglia di mia madre, i genitori e gli otto figli, dal più piccolo di circa un anno al più grande di oltre vent’anni.

Mia madre mi raccontava che suo padre era molto orgoglioso di quella fotografia, che era oggetto di invidia da parte di molti conoscenti. Quella di mia madre era una famiglia poverissima, come lo erano tutte quelle che, a quel tempo, lavoravano la terra degli altri (bisogna ricordare chi, per mettere insieme questo disgraziato Paese, ha messo sul piatto il sudore del proprio lavoro e il sangue dei propri figli). Ma un bel giorno tutta la famiglia si fece 3-4 chilometri per andare dal fotografo del paese, per farsi ritrarre. E quella foto è sempre rimasta appesa nella mia casa.

Delle persone ritratte, oggi non rimane più nessuno, ma quella vecchia foto evoca diversi ricordi.

E mi viene da chiedermi: ma cos’era una fotografia?

Una volta la fotografia era un dono che una persona faceva agli altri. Il dono di un momento, un sorriso, un abbraccio. Il dono di un attimo della propria vita.

E il bello della fotografia stava proprio nell’unione tra questo atto volontario e la naturalezza, la spontaneità e la genuinità dell’attimo fermato dallo scatto dell’apparecchio. Infatti dalle nostre parti si diceva che una foto fosse riuscita bene quando la persona era “naturale”.

E le macchine fotografiche funzionavano a rullini, quindi bisognava stare attenti prima di scattare le foto e si poteva vedere il risultato del proprio lavoro soltanto quando le si andava a ritirare dal fotografo che le aveva sviluppate.

Più avanti sono arrivate le polaroid, poi le macchine usa e getta, ma il principio era sempre lo stesso: occorreva attenzione prima di schiacciare il pulsante.

Poi sono arrivate le macchine digitali e tutto è cambiato. Si possono scattare tutte le foto che si vogliono, guardarle in tempo reale, eliminarle, modiicarle. E con la funzione multiscatto non serve molta fatica o fortuna nel “cogliere l’attimo”: la posa giusta prima o poi la si coglie comunque.

E da ultimo sono arrivati i telefonini, dotati di macchine fotografiche che niente hanno da invidiare a quelle normali. Praticamente le foto si possono fare sempre e dovunque e mostrarle, quasi in tempo reale, a persone che magari se ne stanno a migliaia di chilometri di distanza, o addirittira pubblicarle in rete.

E le foto non vengono nemmeno più stampate, ma salvate in hard disk, dvd, pen drive, cornici digitali e via dicendo.

Ma questi strumenti conserveranno le nostre immagini per decenni? Sicuramente no, ma sembra importarcene poco di questo, perché ormai la foto non è più un dono e ha perso d’importanza.

Come tante altre cose, anche le fotografie hanno perso il loro valore, oggi.

Purtroppo.

28 marzo 2010 Pubblicato da | Ricordi, Storie ordinarie | , , , , | 10 commenti

Ritrovo…

In queste settimane sto lentamente svuotando la casa dei miei genitori; la casa nella quale ho vissuto per quindici anni insieme a loro e che poi ho frequentato giornalmente, fino alla morte prima di mio padre e, recentemente, di mia madre.

E’ incredibile quante cose ci stiano in una casa ed è ancora più incredibile quali siano i segni che le persone vi lasciano.

Ritrovo foto recenti e foto di parecchi decenni fa; immagini di persone che non ci sono più e che hanno lasciato in eredità un attimo della loro vita, uno sguardo, un sorriso, un abbraccio a una persona cara.

Ritrovo vecchi scritti, articoli di giornale, bollette, rubriche telefoniche con nomi e numeri ancora a sei cifre, disegnati con la calligrafia di chi aveva conquistato con il sacrificio la capacità di leggere e scrivere e considerava entrambi una cosa seria, da esercitare con cura e rispetto.

Ritrovo pentole capaci di sfamare una decina di persone, reminiscenze di quando la casa era frequentata da parenti e amici e la tavola aveva posto per tutti.

Ritrovo medaglie e targhe di partecipazione a gare bocciofile da parte di mio padre e i vestiti ripiegati e riposti con cura nei cassetti, come era solita fare mia madre, anche quelli miei, troppo piccoli per un figlio ormai cresciuto.

Ritrovo libri che non sapevo più di avere, acquistati negli anni settanta e ottanta, alcuni un po’ ingialliti, altri sottolineati nei passaggi più importanti (sottolineare i libri è un’abitudine che non ho mai perso).

Annuso gli odori degli ambienti alla ricerca di un passato che ormai vive soltanto nei miei ricordi.

Poi ritrovo i segni del buio, della malattia, della trascuratezza, i segni degli ultimi anni, quelli più pesanti.

Ogni cosa rappresenta un pezzo di vita e mi accorgo che vorrei conservare tutto, ma non è possibile; soltanto pochi e significativi oggetti continueranno a tenermi compagnia, gli altri sono destinati a scomparire.

Così va la vita…

14 marzo 2010 Pubblicato da | Ricordi, Storie ordinarie | , | 18 commenti

Le mie ultime disgrazie informatiche – Correva l’anno 1996…

Ho già avuto modo di parlare in altri post delle mie vicissitudini con la tecnologia casalinga.

Ora mi sembra opportuno elencare le ultime della serie:

1) Mozilla Firefox fa le fregnacce. Dopo avere scaricato l’ultimo aggiornamento, sono sparite le barre di gugol e di iaoo e il programma non apre più nuove finestre. Dovrò disinstallarlo e reinstallarlo di nuovo.

2) Non solo la connessione con il modem senza fili è lenta, ma ora ci si è messa pure la stampante uairless a fare le bizze. Stampa un documento e poi va oflain. Il programma di assistenza propone tutta una serie di operazioni da fare che non servono a niente e l’ultima delle quali è “riavvia il computer” (se me lo dice all’inizio, evito di perdere mezz’ora di tempo inutilmente). Inoltre, quando stampa parte dall’ultimo foglio: se stampo un documento di tre pagine, prima stampa la terza, poi la seconda, poi la prima e poi (chissà perché) una pagina bianca.

3) Ho l’impressione che il cellulare stia tirando le cuoia. Va bene che c’ha tre anni, ma in fondo mi è caduto per terra soltanto quattro o cinque volte. Manco due volte all’anno di media… Lo so già che tirerà le cuoia prima che mi decida a salvare su un foglio di carta tutti i numeri della rubrica (che nessuno dica la spiritosaggine che mi basta mezzo post-it, eh?).

4) Hanno installato sul tetto condominiale il padellone parabolico. A me non mi hanno ancora collegato, ma già tremo quando dovrò sintonizzare la tv sui nuovi canali. Per non parlare poi del digitale terrestre…

Insomma, prosegue il trend negativo con la tecnologia. Spero che almeno non si guasti l’auto…

Ma queste considerazioni stasera non mi fanno ridere.

Questa è una di quelle seratacce nelle quali prende il sopravvento su tutto la nostalgia, che arriva quasi a somatizzarsi con un groppo allo stomaco che rende difficoltoso il respiro. E la prossima sarà una settimana pesante.

Mi è venuto in mente il 1996, per la precisione la sua primavera. Le domeniche pomeriggio trascorse a girovagare da solo per la città, dopo avere accompagnato mia madre da sua sorella e nell’attesa di riportarla a casa. Ricordo pomeriggi assolati con la città semideserta. Non sapevo che di lì a poco avrei conosciuto la mia futura moglie.

A ridosso della Pasqua, una mia amica mi disse: “Ho prenotato una vacanza in Spagna con un’amica, un’offerta speciale. Perché non vieni anche tu? La mia amica è un po’ giù, perché si è appena lasciata con il fidanzato. Comunque tu non è che devi sentirti obbligato a consolarla. Puoi anche startene da solo…

Beh, che ci crediate o no, non sono andato.

Madonna mia quanto sono stato pirla…

Questa canzone quell’anno andò a Sanremo.

1 febbraio 2010 Pubblicato da | Diavolerie tecnologiche, Storie ordinarie | , | 4 commenti

Romolo (detto Gino)

Tutte le volte che vado a trovare mio padre al cimitero passo anche da Romolo, detto Gino.

fior di pescoDai miei parenti passo raramente, ma Romolo è un appuntamento fisso e ogni tanto, come sabato scorso, gli lascio anche un piccolo cero.

Romolo era un signore che abitava in quella che è stata la mia via fino al 1982. Lavorava come operaio in una grande fabbrica del paese e non era sposato. Dopo che è andato in pensione ha iniziato a frequentare la sezione e l’ho conosciuto lì.

Gino era un rompicoglioni, ma un rompicoglioni simpaticissimo. Curiosissimo di tutto quello che avveniva in Comune, mi sottoponeva a veri e propri interrogatori tutte le volte che mi incontrava. Spuntava dal nulla mentre attraversavo la piazza per andare in Comune, oppure quando ne uscivo, magari esausto dopo ore di riunioni insulse.

Veniva alle riunioni del Consiglio comunale e alla fine, se non aveva capito qualcosa (il che era molto probabile), voleva sapere come, cosa, perché, quando eccetera eccetera.

Per lui conoscere e poter parlare liberamente con il vicesindaco probabilmente era un onore e io mi lasciavo torturare benevolmente.

Come tutti i pensionati in buona salute, aveva preso l’abitudine dei viaggi e non perdeva occasione per visitare tutti quei posti che evidentemente durante la sua vita non aveva mai avuto la possibilità di vedere.

Conosceva anche mio padre e a volte li vedevo tutti e due in piazza a discutere con altri pensionati.

Romolo non ha visto nascere la piccolina, ma sono sicuro che gli sarebbe piaciuta.

Una mattina presto del giugno 2000, mentre se ne stava seduto sotto i portici del Comune (sono sicuro che stesse tendendomi uno dei suoi agguati), a Gino è venuto un infarto. Quando è arrivata l’ambulanza era già morto. Io sono arrivato una decina di minuti dopo e un mio amico che era presente mi ha informato del fatto, con mio enorme dispiacere.

Ora, quando lo vado a trovare, osservo il suo volto sorridente, non perché volesse ridere deliberatamente, ma perché quella era proprio la sua espressione abituale e penso che sono contento di avere conosciuto, nella mia vita, anche tante brave persone.

Peccato che molte se ne siano andate e siano rimasti soltanto gli stronzi.

Ciao, Gino.

11 maggio 2009 Pubblicato da | Amici, Storie ordinarie | , , | 2 commenti

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