Ma però, a me mi sembra che…
Sto leggiucchiando qua e là un vecchio libro del compianto Aldo Gabrielli.
Trattasi di un Oscar Mondadori del 1977, talmente invecchiato che ogni pagina che si gira, si stacca dalle altre. Alla fine rimarrò con un fascio di fogli in mano, racchiusi in una copertina.
Lettura godevole, proprio perché soltanto chi conosce a fondo una materia può permettersi di giocarvi e di tradurla in linguaggio comprensibile anche ai neofiti (in senso lato).
Orbene, imbattommi nei capitoletti dedicati al “ma però” e al “a me mi“.
Ma però non è errore, come molti credono e come nelle scuole si continua a ripetere, non è neppure una inutile ripetizione. E’ una semplice locuzione avverbiale rafforzata che dà un tono particolare al discorso. Strano che non si discuta mai su altri rafforzamenti consimili, come ma invece, mentre invece, ma tuttavia, ma nondimeno, ma pure. Viene usato da autori classici e contemporanei.
A me mi: altra espressione da sempre condannata nelle scuole. Non è errore, non è da segnare con matita blu, e nemmeno con matita rossa (notare la virgola prima della “e” – ndr). Anche qui si vuole dare alla frase un’efficacia particolare, un particolare tono. Il mi pleonastico ha un chiaro valore rafforzativo. Non è un costrutto inventato oggi: è stato usato dai classici e addirittura da accademici della Crusca. Analogamente, sono anche corretti i costrutti “lo so che a te non ti va questa faccenda” e “a voialtri non vi dirò più niente“.
Quindi, dopo aver chiarito la questione, posso esprimere liberamente il mio pensiero: ma però, a me mi sembra che non sia tutto oro quello che luccica. Anzi…
Breve divagazione sulla virgola
I linguisti (che sono quelli che studiano la lingua italiana, la grammatica, la sintassi, la profilassi, ecc., e non pornoattori, come potrebbe pensare qualche maliziosa lettrice di questo blog), sostengono che la virgola non ha soltanto la funzione di inserire una pausa nella lettura.
La virgola può anche servire, tra le tante altre cose, per sciogliere ambiguità di senso.
Per esempio, se scrivo: “Facciamo le parti: Giovanni, Francesco, Anna e Paola” non è chiaro se voglio fare quattro parti oppure tre (una per Anna e Paola).
Se voglio specificare, senza ombra di dubbio, di voler fare quattro parti, dovrei scrivere: “Facciamo le parti: Giovanni, Francesco, Anna, e Paola” devo cioè inserire la virgola prima della “e”.
In questo caso la virgola ha una funzione disambinguante, cioè risolve una ambiguità del testo. E’ ovvio che la regola che la virgola non si mette prima della “e” non esiste.
Mi sembrava opportuno chiarire questa cosa, non soltanto per elevare un po’ il tono culturale del blog (e dei suoi frequentatori), ma anche per fornire una piccola certezza di vita in questo periodo di crisi economica (anche una virgola sarebbe meglio del nostro attuale presidente del consiglio).
Ferragosto!
E’ inutile cincischiare.
E’ inutile fischiettare mostrando indifferenza.
E’ inutile tentare di far finta di niente
Domani è ferragosto!
Una delle feste terrorizzanti per tante persone, come le tradizionali feste “comandate”. Ma forse ferragosto ancora di più, perché mentre per le altre feste più o meno se ne intuisce la motivazione (Natale, Pasqua, Capodanno, ecc.), per ferragosto viene spontaneo chiedersi: “Ma che cazzo significa questa giornata posizionata a metà di questo mese già di per sé vacanziero?”.
E allora, tanto per spargere qualche pillola di cultura spicciola, ho approfittato della mia ricca biblioteca e dei suoi rarissimi testi per approfondire un po’ il significato di questa festa. Così forse alla fine potrebbe anche risultare meno fastidiosa.
Ferragosto deriva dal latino feriae Augusti, indicanti il primo giorno di agosto in cui si celebravano le feste augustali.
E’ una tra le grandi feste di origine agraria, che si riallaccia direttamente alle romane ferie consuali, cioè le feste in onore di Conso, divinità protettrice dell’agricoltura, che si celebravano all’inizio del mese sestile (agosto) e duravano parecchi giorni. Sotto l’imperatore Augusto tali feste di dissero Augustali, quindi feriae Augustali.
In occasione di tali feste i lavoratori dei campi facevano gli auguri al padrone, ricevendo regali in denaro.
Con l’affermazione del cristianesimo, il ferragosto divenne la solennità dell’Assunta, o Assunzione.
Sappiamo che la Chiesa cattolica si è appropriata di riti pagani, modificandoli e adattandoli alle proprie esigenze e probabilmente con il 15 agosto ha sostituito le antiche cerimonie di carattere magico e propiziatorio con un culto ben preciso in onore della Vergine.
Che cosa sarebbe l’Assunzione di Maria? Vedo che qui bisogna fare un po’ di catechismo, eh?
E’ un dogma di fede della religione cattolica, proclamato da Pio XII nel 1950, che sostenne nella sua bolla Munifincentissiums Deus che la Madre di Dio, Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena “fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.
Il dogma dell’Assunzione è un prolungamento e una conclusione logica di quello dell’Immacolata Concezione.
Però attenzione, non fate confusione tra la resurrezione di Gesù e quella di Maria: la cosa potrebbe costarvi molto cara e precludervi l’accesso al paradiso (che già vi vedo messi maluccio…). Gesù sale al cielo per virtù propria, mentre Maria vi sale per virtù divina.
Nella mia provincia (quella di Piacenza), vi sono decine di feste sulle colline, ma nessuna che ricordi le origini agrarie della festa e tantomeno quelle religiose: soltanto occasioni per mangiare e ballare.
Personalmente non ho grandi ricordi delle giornate di ferragosto. Ricordo i pranzi con i miei genitori e alcuni amici, poi i pranzi nelle località di ferie, poi i pranzi in casa da solo.
Con una sola variante: nel 1995 la sera prima di ferragosto mi ruppi un gomito, scivolando in casa. Ecco, quello forse fu un ferragosto un po’ diverso, considerando che me ne andai all’ospedale ben due giorni dopo.
In conclusione: ferragosto è come il mal di denti quando il nostro dentista non c’è. Bisogna tenere duro e aspettare che passi.
E sperare che quello successivo possa essere migliore…
BUON FERRAGOSTO A TUTTI
Parliamo oggi del 25 aprile?
Perché parlare oggi del 25 aprile?
Non tanto per fare gli anticonformisti, quanto per chiarire, a mente fredda, alcune cose.
Il 25 aprile non rappresenta la fine della guerra, nè in Italia (formalmente è finita il 29 aprile, di fatto – se non sbaglio – qualche giorno dopo), nè in Europa (è finita il 9 maggio) e nemmeno nel resto del mondo (il Giappone è crollato sotto le bombe atomiche americane a giugno).
E allora il 25 aprile che cavolo è successo?
E’ successo che i partigiani hanno liberato le principali città del Nord: Milano, Bologna, Genova, poco prima che arrivassero gli Alleati, insomma.
Ma al Sud? Che succedeva al Sud, sotto l’amministrazione alleata?
“Ci vorranno anni per ridare agli italiani del Sud una dignità di popolo. Oggi la loro caratteristica essenziale sembra essere la passività”. Questo scriveva nel 1943 un dirigente comunista a Togliatti.
Quando facevo l’amministratore partecipavo regolarmente alle manifestazioni del 25 aprile. Sentivo gli oratori di turno lodare i partigiani, con accenti più o meno forti. Poi vedevo qualche scolaresca costretta a partecipare a una liturgia incomprensibile e oggi mi chiedo: cosa sarà rimasto nella testa di quei bambini di questa ricorrenza? Niente. Sarebbe stato meglio se qualcuno avesse realizzato un cartone animato sui partigiani, al posto di quelli insulsi giapponesi.
25 aprile, 1° maggio, 2 giugno: oggi guardiamo queste date sul calendario per vedere se riusciamo a fare il ponte, controlliamo le previsioni del tempo, cerchiamo i last minute.
Qualcuno, tanto per fare qualcosa di diverso, si mette a fare le pulci agli altri e si chiede: “Perché dovrei festeggiare il 25 aprile insieme agli ex fascisti, che manipolano la storia?”
Chi dice così, evidentemente, si sente depositario della verità, in questo caso storica.
Io diffido sempre da chi si sente depositario della verità: i preti e i dittatori anzitutto, poi via via a cascata tutti quelli che giurano di essere dalla parte giusta.
Io sono stato per anni iscritto, militante e amministratore del PCI: ero comunista (un po’ atipico, a dire la verità, ma pur sempre comunista).
Per anni sono stato oggetto di “esami di democrazia” da parte dei politici degli altri partiti: quei partiti che lottizzavano l’Italia; che la facevano annegare in un mare di debiti (ricordate chi diceva “La nave va?”); che coprivano attentati e stragi terroristiche; che mandavano al macello sotto i colpi della mafia i servitori dello Stato; che taglieggiavano imprese, commercianti, cittadini per finanziarsi. Alcuni di questi (pochi, purtroppo) sono finiti in galera negli anni novanta. Tanti sono ancora in circolazione, nel centro-destra e nel centro-sinistra.
Per anni ho dovuto rispondere che io volevo essere giudicato per la mia storia e per quello che facevo qui, in Italia, mica per Stalin o Pol Pot, ma quelli insistevano che io c’avevo il DNA malato di stalinismo, che non ero credibile, che dovevo sottopormi a continue iniezioni di democrazia.
Poi questo periodo è passato. Qualcuno agita ancora lo spauracchio dei comunisti, ma con sempre meno incisività.
Ora, di fronte a una ricorrenza simbolica della fine della guerra e della dittatura, io dovrei mettermi a fare gli esami a quelli che, nel loro passato, sono stati di destra?
Non ci penso nemmeno.
Io voglio guardare avanti e giudicare le persone per quello che fanno qui e ora, non per i loro nonni. Altrimenti il nostro rimmarà per sempre un Paese di serie B.
E mentre tante persone ragionano e discutono con la testa rivolta al passato, il Berlusca si avvia verso la maggioranza assoluta dei voti…
Eloisa e Abelardo
” Io non ho mai amato altro in te che te stesso, Dio lo sa; ho desiderato esclusivamente te, non ciò che tu avevi.
Non miravo al patto nuziale né ad alcuna dote, e non ho mai desiderato soddisfare il mio piacere o la mia volontà, ma la tua, esclusivamente.
E se il nome di moglie sembra più santo o più valido, mi è sempre stato più dolce il nome di amica o, se non ti scandalizzi, quello di amante o di prostituta, perché, quanto più mi umiliavo davanti a te, tanto più ti piacevo e in tal modo, inoltre, recavo meno danno alla tua fama.”
(II Lettera di Eloisa ad Abelardo – XII secolo)
Eloisa implora Abelardo di scriverle ancora, non solo per darle sue notizie, ma per dimostrarle di non averla dimenticata.
Lei vive tutta la sua vita nel ricordo dell’amore che è la ragione stessa del suo esistere, mentre Abelardo, dice, non pensa più a lei.
E conclude che questo è del resto inevitabile, perché, mentre lei ha amato con tutto il suo essere, Abelardo ha amato solo con i sensi e il suo amore per lei era attrazione fisica, non vero amore.


