Aquila Non Vedente

Aquila, Bibùlo la Fatina e Lui. Una spremuta di pensieri, sorrisi e ricordi. E nostalgie…

L’uomo normale

In questi giorni di religioso silenzio, ho pensato alla trappola nella quale mi sono andato a cacciare.

Ho avuto l’imprudenza di pronunciare il termine “uomo normale” che subito sono rimasto incastrato.

Già le vedo le signore in attesa, braccia conserte e il piedino che batte nervosamente, in attesa di potermi spiumare definitivamente.

Confesso che ho cercato qualche aiutino in giro.

Da gugol, prima di tutto, ma con scarsi risultati.

Dall’enciclopedia e dal dizionario, ma senza esito.

Ho anche cercato di strapparne una descrizione a un mio amico, ma inutilmente.

“L’uomo normale – mi sono detto – non è ovviamente l’uomo nella norma (o con le corna) o nella media (e tanto meno sulla sedia). L’uomo normale è…”

Ok, lo confesso. Non lo so con precisione cos’è.

Per me è questo:

29 giugno 2010 Pubblicato da | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 26 commenti

Donne che odiano gli uomini

Se provate a digitare in gugoldonne che odiano gli uomini” vi verranno fuori circa un milione e mezzo di pagine di… “uomini che odiano le donne“.

Cioè, è ormai un dato acquisito che nel mondo vi siano uomini che odiano le donne, compiendo misfatti inenarrabili e questi soggetti sono stati osservati, analizzati, studiati, sviscerati, anatomizzati, vivisezionati, mentre la categoria delle donne che odiano gli uomini è invece praticamente ignorata.

Perché questo?

Perché generalmente si ritiene che mentre l’uomo che odia le donne lo faccia per indole naturale, cioè in quanto naturalmente stronzo, la donna che odia l’uomo si ritiene lo faccia perché nel corso della sua vita ha subito uno o più torti da parte di uno o più uomini e quindi che sia in un certo senso giustificata in questo suo atteggiamento.

Non è mia intenzione approfondire la percentuale di queste due categorie sul totale del genere umano, maschile e femminile, ma soltanto fare una breve considerazione (vista l’ora, in quanto qui in padania si cena insieme alle galline).

La donna che odia l’uomo non è che rifiuta i rapporti con l’altro sesso (uso il termine “rapporti” in senso lato); li intrattiene stando ovviamente sempre “in campana”, cioè facendo attenzione a non scoprirsi troppo con lo stronzone che, prima o poi, salterà sicuramente fuori.

E’ solo questione di tempo” pensa e se questo non accade, la donna che odia gli uomini va in crisi.

Ma come! – si dispera – Ma che razza di donna sono, che non riesco nemmeno a fare saltare fuori la vera natura di questo coso? Forse devo tendere qualche tranello, spargere qualche trappola, tendere qualche imboscata.” e a questo punto si apre tutta una partita che soltanto la fantasia e l’ingegno femminile possono architettare.

Orbene, quando la donna in questione ha effettivamente di fronte uno stronzone, fa bene ad adottare questa strategia.

Ma quando invece ha di fronte un uomo normale (con i suoi pregi e i suoi difetti), allora provoca più danni dei ministri Bondi e Gelmini messi assieme.

Ad attenuare gli effetti di questo cataclisma c’ha pensato la Natura o il buon Dio, facendo credere alle donne che odiano gli uomini che uomini normali non ce ne sono.

Mo’ vado a preparare le linguine al pesto… Buonasera.


19 giugno 2010 Pubblicato da | Storie ordinarie | , | 80 commenti

La classe politica che abbiamo

Mia madre mi raccontava spesso che nel dopoguerra il primo sindaco eletto, comunista, quando venne il momento della prima cerimonia ufficiale si accorse di non avere un vestito adatto. Gli abitanti della frazione dov’era nato fecero una colletta e incaricarono un mio zio di portarglieli. Il sindaco li rifiutò, allora lo zio lo prese a insulti, dicendogli che non apprezzava il gesto e che quei soldi non aveva alcuna intenzione di portarli indietro (mi immagino una discussione piuttosto animata…). Alla fine il sindaco accettò i soldi e si comprò il vestito.

Altri tempi. Migliori o peggiori? Ai posteri l’ardua credenza…

Alcune settimane fa Scalfari scrisse in un articolo che il PCI era un partito governato da intellettuali che vivevano come gli operai. E’ vero. Se non vivi come quelli che vuoi rappresentare, che ne sai dei loro problemi?

Un anno, da assessore mi feci un culo quadrato per abbassare le tariffe di alcuni servizi scolastici (mensa, trasporti…). Mi aspettavo un plauso dai miei colleghi, invece a nessuno gliene fregò niente. Allora li osservai attentamente uno a uno: il figlio di papà, quello pieno di soldi, quello che i figli non sapeva neanche cosa fossero: non gliene poteva fregare di meno.

Oggi per il congresso provinciale del PD di una piccola città della padania, ti arriva a casa, per posta, la propaganda elettorale dei candidati!

No dico, ma ci rendiamo conto? Depliant con le foto dei candidati e dei figli, notizie sulla famiglia, sugli incarichi ricoperti, sulle proposte per la gestione del partito.

Mi è venuto da pensare: io non sarei più in grado di essere eletto nemmeno in consiglio comunale. Io che non mi sono mai fatto campagna elettorale per me stesso medesimo, ma per il partito o la coalizione, oggi non potrei candidarmi da nessuna parte.

Già, perché per candidarsi occorre aprire i ipoint elettorali, stampare i manifesti con il faccione e (almeno) una frase deficiente, stampare i cosiddetti “santini“, organizzare cene, incontri. Chi va più casa per casa a raccogliere gli insulti della gente e a rispondergli per le rime, che forse non prendi il voto, ma almeno hai stabilito un dialogo.

Ma per carità…

E allora guardate chi sta nei consigli comunali: dipendenti pubblici, dirigenti, professionisti, figli di papà. Tutti della stessa matrice, sia da una parte che dall’altra. Nessun operaio, contadino, cassintegrato, coccodè. Vi immaginate un operaio che dice al suo datore di lavoro (magari artigiano): oggi sto a casa dal lavoro perché c’è il consiglio comunale e se finisce dopo la mezzanotte sto a casa anche domani. Si prende un calcio nel culo ancora prima che abbia finito la frase.

Nella mia provincia prima hanno incriminato i sindacalisti della UIL perché rilasciavano carte false per il rinnovo dei permessi di soggiorno.

Poi è toccato allo SPI-CGIL, che compilava false deleghe per le trattenute sindacali.

Poi è toccato al direttore della direzione provinciale del lavoro e al segretario provinciale CISL che avvisavano le aziende degli imminenti controlli, in cambio di bustarelle.

Ora è toccato al segretario provinciale PD, da poco dimessosi, che quando era dirigente FIOM aveva un conto cointestato con il dirigente CISL (quello sopra) del sindacato, dal quale pare prelevassero bellamente soldi per i fatti loro.

Ovviamente per tutti vale la presunzione di innocenza, ma viene voglia di dire loro:

ma annatevene tutti quanti affanculo!


15 giugno 2010 Pubblicato da | Politica, Storie ordinarie | , | 32 commenti

Un sogno e un dialogo

Stamattina mi sono ricordato di avere fatto un sogno stanotte.

Ovviamente, tutte le volte che mi ricordo un sogno poi per tutto il giorno cerco di capirne il significato.

A una delle entrate del mio paese arriva una strada provinciale, in leggera discesa, poi c’è una rotonda e dalla parte opposta inizia la via centrale. Decenni fa, la piazza ai lati della rotonda ospitava la stazione degli autobus (le “corriere”) e parallelamente alla provinciale correva una rotaia. Alla rotonda arrivano anche le due circonvallazioni che una volta rappresentavano i confini dell’abitato e oggi sono ormai diventate strade urbane. Io abito dalla parte opposta rispetto a questo quadretto.

Allora, io ho sognato che uscivo di casa in auto, con la piccolina, percorrevo una delle due circonvallazioni e, arrivato in prossimità di questa rotonda, lei mi chiedeva di andare in centro a comprare qualcosa (non è una novità). Allora io giravo a destra e imboccavo la via centrale, ma non trovavo parcheggio, per cui proseguivo, facevo il giro dell’isolato e tornavo al punto di partenza, cioè all’imbocco della via.

Mentre mi avvicinavo notavo un sacco di gente che prima non c’era e giunto in prossimità della rotonda mi accorgevo che, in quei pochi minuti che avevo impiegato a fare il giro dell’isolato, un treno enorme, tipo frecciarossa, era uscito da chissà dove (forse dai vecchi binari vicini alla provinciale) e si era infilato nella via distruggendo tutto quello che aveva incontrato, prima di fermarsi incastrato tra i palazzi e i negozi.

Ricordo bene che il treno era veramente enorme, rosso e bianco, proprio come quello della foto e quando ho visto la devastazione che aveva provocato, ho pensato: “Cavolo! C’è veramente mancato poco. Se trovavo parcheggio ora chissà come sarei ridotto…”

DIALOGO SERALE

“Papà, se le parolacce non si possono dire, perché le hanno inventate?”

“Ehm, vedi… una parola diventa una parolaccia se la usi nel modo sbagliato. Per esempio, cesso è un modo diverso per chiamare il bagno. Merda è un modo diverso per chiamare la cacca. Se tu dici a una persona che è un cesso o una merda, allora diventano parolacce.”

“E vaffanculo?”

“Quella è una cosa diversa. Comunque adesso mangia e… ora dove vai?”

“Al cesso a fare la merda.”

(E meno male che non c’ha aggiunto un vaffanculo!)

11 giugno 2010 Pubblicato da | sogni, Un po' di me | | 8 commenti

Storia dell’ebreo errante. Parte prima: la dispersione e l’esilio

A distanza di pochi giorni dall’ennesimo spot israeliano sull’efficienza delle sue forze armate, vorrei iniziare a parlare di questo libro, che ho iniziato a leggere un paio di settimane fa.

Riccardo Calimani è forse uno dei maggiori storici italiani dell’ebraismo e nel 2002 ha scritto questa Storia dell’ebreo errante – Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al novecento.

Per quale recondito motivo un’Aquila ormai cinquantenne, all’avvio della tanto agognata estate, decida di ingrugnirsi su un testo – per me abbastanza ostico – di oltre 500 pagine, rimane un mistero. Escludendo un attacco di masochismo, credo di avere l’esigenza di capire, essendo abbastanza ignorantello in materia.

Ebreo – spiega Calimani – è una parola che nella bibbia è legata alla radice ‘avar, che significa passare: ebreo è colui che passa, che erra, che va da un paese a un altro.

Israele è il nome dato a Giacobbe dall’angelo del Signore, dopo una lotta che li aveva visti l’uno contro l’altro. Israelita significa dunque essere membro del popolo che ha tenuto testa nientepopodimenoche a Dio.

Giudeo è un termine che risale all’epoca del ritorno dall’esilio babilonese. I giudei erano coloro che erano rimasti fedeli a Dio, mentre chi era rimasto in palestina non aveva resistito altrettanto tenacemente.

Il mito dell’ebreo errante nasce da un episodio della vita di Gesù che, nella salita verso il calvario, si ferma un momento per bere e, secondo la leggenda, un ebreo gli dice: “Vattene da qui!” e Gesù risponde (e già me lo vedo, tutto sudato e anche un po’ incazzato, a fulminare con lo sguardo questo qui): “Io me ne vado, ma tu dovrai aspettarmi, finché non tornerò”.

Gli anni che segnano il destino di Israele sono quelli dell’inizio della dominazione romana in Giudea: termina la monarchia, Gerusalemme viene conquistata e inizia un rapporto conflittuale di questa terra, sempre pronta all’insurrezione, con Roma. Nell’ambito di una generale instabilità della regione, Antonio colloca sul trono di Giudea il re Erode, crudele e violento.

Il vangelo secondo Matteo colloca poco prima della sua morte la nascita di Gesù di Nazareth, l’uomo in cui molti videro il messia atteso da Israele, il re che doveva liberare i giudei dagli oppressori, instaurando il regno di Dio sulla terra.

Fino al 66 d.C. Roma governa la Giudea amministrando la giustizia secondo la legge giudaica, riservandosi il potere di ratifica. Il procuratore romano più celebre è Ponzio Pilato, che governa la Giudea dal 26 al 36 e viene coinvolto nelle vicende di Gesù. In seguito i rapporti tra romani ed ebrei peggiorano, con l’aggiunta di una guerra civile tra gli stessi ebrei nazionalisti e quelli moderati.

Nel 67 Roma riconquista l’intera parte settentrionale del paese e pochi giorni prima della pasqua del 70 Tito inizia l’assedio di Gerusalemme, che è durissimo. Alla fine la città viene rasa al suolo e Roma inasprisce il suo dominio sulla regione: pare che addirittura chi la visitava stentasse a credere che vi sorgesse una città così famosa.

L’ultima grande rivolta divampa nel 132 e Roma la soffoca mandando quattro legioni. Nell’area del tempio viene eretta una statua a Giove e ai giudei viene proibito di entrare in città (proprio come adesso fanno gli israeliani con i musulmani e i cristiani, insomma). Da allora, al posto di Giudea, si parla sempre di Palestina.

La sconfitta del 70 chiude un ciclo storico e l’ebraismo si arricchisce di una caratteristica nuova: l’esilio. Si rompe il rapporto che univa gli ebrei alla loro terra, un rapporto stretto dai toni mistici e tanto tenace da provocare un incredibile ritorno diciannove secoli dopo.

In realtà la dispersione degli ebrei era in atto già da tempo, ma la perdita di Gerusalemme sconvolge la vita delle comunità lontane, alle quali viene a mancare non solo un riferimento politico, ma anche il sinedrio, elemento centrale della loro vita religiosa, con la sospensione del culto sacrificale.

La repressione romana, come sempre accade in questi casi, favorisce lo sviluppo dei movimenti politici più radicali. Speranze e tensioni messianiche furono sempre presenti nella società giudaica negli anni del dominio romano, ma – scrive Calimani – occorre distinguere fra la speranza messianica e la fede nel messia. La prima è desiderio di pefezione morale, libertà politica, gioia terrena per Israele; la fede nel messia aggiunge a questo la perfezione morale per l’umanità.

L’unico gruppo che riesce in parte a sopravvivere alle rovine delle guerre contro i romani è quello dei farisei: vivevano in una meticolosa osservanza della legge, che andava discussa, analizzata, interpretata analiticamente e quindi a suo complemento si sviluppava una legge orale, frutto degli insegnamenti dei rabbini.

E veniamo a Gesù.

Il nome in italiano dovrebbe essere tradotto in Giosuè; in greco significa “Dio salva“. Cristo in greco significa “unto” (del Signore – da non confondere con gli unti che circolano oggi a Palazzo Grazioli).

Gesù partecipa attivamente alla vita culturale e spirituale ebraica; la Torah, la legge, era un riferimento quotidiano e non si presenta mai come un suo sovvertitore, ma vuole portarla anzi a compimento.

Il mescolamento tra fonti ebraiche e vangeli emerge nel discorso della montagna, con molteplici riferimenti talmudici, così come del resto alcune preghiere cristiane sono di stretta derivazione ebraica.

Dunque, la sconfitta del 70 d.C. annulla la comunità ebraico-cristiana più antica, quella di Gerusalemme e non ci sono più tracce scritte sulla sua primitiva chiesa ebraico-cristiana, cioè su coloro che, ebrei, credettero che Gesù fosse il messia di Israele. Sappiamo pochissimo di questi ebrei che subiscono il fascino della predicazione di Gesù, osservano la religione mosaica e contemporaneamente le pratiche cristiane.

Tracce di loro si trovano nel vangelo di Marco o negli Atti degli apostoli, ma sono le lettere di Paolo che aprono uno squarcio sulle origini della fede cristiana. La frattura esistente tra Paolo e la chiesa ebraico-cristiana – scrive Calimani – si intuisce quando Paolo afferma che “a lui venne affidato il vangelo della non-circoncisione attraverso una rivelazione diretta da Dio e senza mediazione umana”. Queste parole rivelano una polemica, neanche troppo nascosta, con l’altro vangelo, quello dei circoncisi.

Per gli ebrei cristiani la fede in Gesù era un elemento religioso all’interno della tradizione di Israele. Da un punto di vista ebraico, la morte di Gesù cancellava ogni possibile dubbio: non era il messia, perché il messia non muore. Gli ebrei cristiani, invece, erano convinti della sua resurrezione: Gesù sarebbe tornato per rafforzare il regno di Israele contro i romani.

Paolo trasforma Gesù da messia di Israele in salvatore dell’umanità e quindi entra in conflitto con gli ebrei cristiani.

Con la caduta del tempio prevale il vangelo degli incirconcisi e aumenta la presa di distanza nei confronti degli ebrei. Marco avvia uno schema interpretativo che rimuove la dimensione storica di Gesù e lo colloca come il salvatore del mondo. Matteo e Luca e più tardi Giovanni si muovono sulla stessa lunghezza d’onda.

Matteo esalta il Cristo pacifico, pacifista. L’ideologia cristiana sugli ebrei si arricchisce del gesto simbolico di Pilato che si lava le mani (usanza giudaica), come pubblica dissociazione dalla sua condanna, ma non si ferma qui: descrive addirittura la spontanea accettazione di questa responsabilità da parte degli ebrei (“Il sangue suo ricada su di noi e sui nostri figli“). Questa frase peserà per secoli sulle spalle degli ebrei.

Matteo, insomma, scagiona i romani e fa ricadere sugli ebrei la responsabilità dell’assassinio di Gesù.

Luca sostiene che i capi ebraici accusano Gesù di fomentare la ribellione tra il popolo e di svolgere un’attività rivoluzionaria: Pilato cede e per loro volere Gesù viene condannato a morte.

Più tardi, anche Giovanni mette in evidenza l’innocenza di Pilato e la colpa degli ebrei e il capovolgimento diviene totale: il governatore romano viene assolto e la crocifissione è voluta dagli ebrei. Siamo ormai nel 90 e il tentativo di conversione degli ebrei è fallito.

Paolo, il vero protagonista del distacco dagli ebrei, presenta la loro religione come intollerabile e opprimente.

Ma come si può superare il fatto che le scritture indicano negli ebrei il popolo eletto da Dio? Semplice: la chiesa sostiene che non più gli ebrei, ma i cristiani sono il vero Israele; che le scritture appartengono ai cristiani e non agli ebrei; che soltanto i primi possono interpretare le scritture.

Insomma, Gesù ebreo diventa esclusivamente cristiano e nel suo nome vengono involontariamente gettate le basi dell’antiebraismo.

Origene, teologo del III secolo, scrive: “Gli ebrei hanno inchiodato Gesù alla croce” e via di questo passo nei secoli successivi, passando per Sant’Agostino, che racconta ai catecumeni: “E’ giunta la fine del Signore. Lo arrestano gli ebrei, lo insultano gli ebrei, lo legano stretto gli ebrei; lo coronano di spine, lo sporcano con i loro sputi, lo flagellano, lo coprono di oltraggi, lo sospendono alla croce, trafiggono la sua carne con le lance”.

Ma siamo soltanto all’inizio della storia…

9 giugno 2010 Pubblicato da | Guerra al terrore, Libri, Manate di erudizione, Politica | , , | 5 commenti

Gradirei sapere…

La nostra non è una società povera.

Assolutamente.

Le società povere sono ben altre.

La nostra è una società profondamente ingiusta.

Ricordate la poesia di Trilussa?

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È ‘na cosa

che serve pe’ fa’ un conto in generale

de la gente che nasce, che sta male,

che more, che va in carcere e che sposa.

Ma pe’ me la statistica curiosa

è dove c’entra la percentuale,

pe’ via che, lì, la media è sempre uguale,

puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno

seconno le statistiche d’adesso

risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra ne le spese tue,

t’entra ne la statistica lo stesso

perché c’è un antro che se ne magna due.

Trilussa

Bene, una volta c’era chi si mangiava mezzo pollo e chi se ne mangiava uno e mezzo.

Oggi, quello che ne mangiava mezzo se ne mangia un quarto e l’altro se ne mangia quasi due.

Ora, visto che dobbiamo fare sacrifici tutti quanti, perché invece di rompere i coglioni a chi (se va bene) lavora, non fanno saltare fuori quello che s’è magnato i due bocconi del prete senza fare un cazzo e senza pagare le tasse?

8 giugno 2010 Pubblicato da | Politica | , | 7 commenti

2 giugno

Scusate, forse sarò fuori luogo, ma vorrei ricordare che il 2 giugno di 29 anni fa è morto Rino Gaetano.

All’epoca lo conoscevo poco, ma in seguito ho imparato ad apprezzare le sue canzoni, di una ironia fuori dal comune.

2 giugno 2010 Pubblicato da | Musica | | 8 commenti

   

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